Tradizione italiana

Tradizione dello zafferano italiano

La coltivazione dello zafferano, in Italia, vanta una tradizione plurisecolare, che ebbe inizio in epoca medioevale, quando il monaco Santucci, grande appassionato di agricoltura, portò clandestinamente a Navelli alcuni bulbi di Crocus sativus.
In breve tempo la coltivazione dello zafferano si diffuse in tutta la piana di Navelli e la città de L’Aquila, già poco tempo dopo la sua fondazione, divenne famosissima per la qualità del suo zafferano. La spezia era così preziosa da essere spesso utilizzata in luogo della moneta e il suo commercio arrivò ad interessare tutto il Nord Europa.

Da L’Aquila la coltivazione si estese rapidamente a molte altre aree, soprattutto del centro Italia: numerosi documenti storici attestano la coltivazione della spezia in svariate località dell’Umbria (Cascia, Norcia, Città della Pieve, Spoleto ecc..) e della Toscana (Firenze, San Gimignano, Montepulciano, Volterra ecc.).

Nel territorio aquilano l’espansione delle coltivazioni raggiunse il suo apice verso la metà del 1500, per poi subire un progressivo declino che si è rapidamente esteso alle altre località. Dopo una fase di ripresa all’inizio dell’800, solo negli ultimi 10-15 anni sembra essersi ridestato l’interesse verso la coltivazione di questa pregiata spezia.

Oggi le maggiori quantità di zafferano italiano vengono prodotte dalla Sardegna (Comuni di San Gavino, Turri e Villanofranca), ma interessanti produzioni si stanno riaffermando anche a L’Aquila e in Toscana (Zafferano delle Colline fiorentine – Zima di Firenze; Zafferano di San Gimignano, Zafferano purissimo della Maremma ecc.). In Umbria è ripresa la coltivazione nell’area di Cascia, nella Valnerina e nei pressi di Spoleto, mente nelle Marche sono state avviate nuove coltivazioni nell’area del Montefeltro.

Lo zafferano italiano è ancora aggi considerato il migliore per qualità e purezza, il confezionamento in stimmi è la migliore garanzia nei confronti delle frequenti sofisticazioni che purtroppo si riscontrano nei prodotti in polvere, specie se di provenienza extra-europea.

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Nella Valle del Casentino tradizionalmente lo zafferano veniva utilizzato per la preparazione di un tipico dolce pasquale (la “Panina”), ma questa consuetudine è stata quasi completamente abbandonata così come la coltivazione della spezia, di cui resta memoria solo nel ricordo di alcuni coltivatori.

Grazie a questa memoria, non ancora del tutto persa, è iniziata l’attività di recupero che si pone un duplice obiettivo: ridestare l’interesse verso la coltivazione di questa spezia e contribuire a mantenere viva l’agricoltura nelle aree marginali di collina e di montagna dove le superfici agricole sono molto frammentate e le possibilità di meccanizzazione molto limitate.

La coltivazione dello zafferano, infatti si adatta perfettamente a questi contesti, sia perché può sfruttare al meglio i piccoli appezzamenti a rischio di abbandono, sia perché non richiede l’impiego di grossi mezzi meccanici.